(I edizione) Festival delle Riscritture del Mito “L’ombra di Dioniso”, Teatro Comunale “Rosina Anselmi”, Giardini Naxos (ME), 2007.
(II edizione) Stagione teatrale “Tre passi nel mito”, Teatro “Erwin Piscator”, Catania, 2009.
Il mito cannibalico del Tieste replicato all’infinito in un sanguinolento teatro degli inferi: un orizzonte cosmico privo di appigli e punti di riferimento – una metafora della waste land contemporanea. Una delle testimonianze teatrali contemporanee più “antropologicamente” (e spettacolarmente) radicali mai celebrate sulla scena. Una pièce dedicata al fondatore del “teatro della crudeltà”, Antonin Artaud, il cui progetto di rappresentare il Tieste col titolo “Il supplizio di Tantalo”, non potè mai realizzarsi.
Su “THYESTES SPLATTER SUITE” di Alessandro Ferrari
E. Barbagallo, La verità rivelata dalla crudeltà - Il “THYESTES” di Alessandro Ferrari, “La Sicilia”, 10/06/2009, p. 39: “Grande successo per il “Thyestes Splatter Suite”, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Alessandro Ferrari. […] Il pubblico ha seguito con molta attenzione e partecipazione un lavoro non semplice per gli spunti drammatici e la complessità di una tragedia tra le più cupe. […] Uno spettacolo coinvolgente, dissacrante, che non ha lasciato indifferente il pubblico e che ha sconvolto la tragedia originaria, l’ha resa provocatoria, ironica nel suo rappresentare non la tragedia nel suo impianto scenico, ma la “tragicità”. L’autore Ferrari ha giocato sui contenuti molto forti, legandoli alla mimica, alla gestualità, alla musica. “La mia creazione – ha spiegato – ha stravolto il mito in una sorta di manifestazione di teatro degli inferi, ponendola in una dimensione atemporale, dove emergono dall’oscurità delle figure contrastanti. Una è quella di Atreo, da me interpretata, l’altra è quella di un altro personaggio: un uomo primigenio, una sorta di Prometeo “scatenato” e infuriato, incarnazione di Tantalo che nella sua crudeltà viene costretto ad agire guidato da una forte energia e da una carica emozionale e volitiva.” Uno spettacolo che idealmente ha richiamato il teatro della crudeltà di Antonin Artaud carico di una forza primigenia, atavica, magico-rituale, rivelatrice della verità.”;
Chiara Tinnirello, Apparenza all’inferno, “Tribe Art” - # 63 - Luglio/Agosto 2009, p. 8: “La potenza dell’immagine in qualità di congegno per generare copie e delatori del reale accade esemplarmente a teatro. […] In scena avviene l’esercizio della soggettività replicante dell’attore che smezza la sua natura in copia, personaggio, ravvicinando pericolosamente azione e non-azione, ombra e corporeità. Questa natura spietata dell’immagine sospesa è esemplare nella pièce di Alessandro Ferrari, Thyestes Splatter Suite. […] L’attore monologante, impegnato in una nuova stesura del mito di Tieste, l’atride indotto con l’inganno dal gemello Atreo a banchettare con la carne dei propri figli, è obbligato a riprodurre cupi innesti di parole sospesi tra realtà e incubo. In scena la macchina del doppio, un personaggio, Atreo, che si duplica nel suo gemello Tieste e, tuttavia, rompe il gioco della dualità per aprire la voragine dell’incorporazione schizoide dell’altro. […] Il lavoro di Ferrari restituisce l’apparenza ambigua dell’immagine, reale e infera simultaneamente. […] Genera l’orrore della replicabilità e dell’incorporazione della persona: il mio gemello sono io, lui è me. Il mito di Tieste riproduce l’orrore dello scambio delle parti, della confusione tribale tra carne e corpo, tra rappresentazione e incorporazione. […] Un’arte diabolica racconta il suo Tieste alle porte dell’inferno della modernità pieno di luci e colori abbaglianti, robot-attori, organi smezzati, prassi anatomiche del corpo ridivenuto carne. In un vivace Tartaro della forma ecco compiuto l’inferno.”
Davide Miccione, Un teatro rituale e iconoclasta. La “Thyestes Splatter Suite” di e con Alessandro Ferrari al Piscator di Catania, “L’isola possibile” – Mensile regionale siciliano - Supplemento de “Il manifesto” – anno 8° n. 65 - Luglio 2009, p. 14: “Lontano dai circuiti popolari, dai cartelloni mascherati da palinsesto televisivo, dalle sovvenzioni statali, un autore sta, anno dopo anno, mettendo a punto la sua macchina scenica e dando una forma sempre più precisa alla sua idea di teatro. […] Che questi lavori restino semiclandestini non dovrebbe troppo stupire: la macchina culturale italiana (e a maggior ragione siciliana) facendo pendant con quella politica e sociale, non è in grado di scoprire e valorizzare talenti, idee nuove, forme compiute. […] Il lavoro di Alessandro Ferrari non può che apparire “fuori luogo” paradossalmente proprio perché pretende che quel “luogo” (il teatro) basti a sé stesso. Un teatro il suo che è rituale e iconoclasta, altisonante e pagliaccesco, dove il pagliaccesco non spezza la magia del rito e l’iconoclastia non segna la purezza del dettato. Un teatro artigianale: Ferrari, rinvenuto un nucleo pulsante attorno a cui lavorare, lo modifica ripresentandolo a scadenza annuale fino a che l’opera sia esattamente se stessa. […] Con questa seconda opera […] diventa così possibile leggere l’itinerario teatrale di Ferrari, individuarne alcune costanti e caratteristiche. […] Un “teatro della malvagità” in tutte le sue sfumature, dal grottesco al ridicolo, dal terribile al banale. Con il Thyestes, questo teatro della malvagità mostra ancor più il suo legame con il pensiero, con l’interrogazione radicale. I materiali di partenza però (la costellazione irrazionalista e tradizionalista, il pessimismus, una lettura sapienziale della conoscenza) si scorgono appena, fusi all’elevata temperatura cui li porta questa ossessionata lettura del reale. In questo teatro di ragionamento, Ferrari inserisce momenti di stralunata e impudente fisicità. […] Emerge in quest’ultima opera un desiderio di struttura, l’avvicinamento a una rigorosa concatenazione scenico-narrativa. […] Sperando che la macchina celibe del teatro siciliano e italiano stavolta se ne accorga.”