(I edizione) Rassegna di arte, cultura e spettacolo “Ring”, Teatro “Club”, Catania, 2003.
(II edizione) Rassegna teatrale “Controcorrente”, Teatro “Siracusa”, Reggio Calabria, 2007.
Una furibonda invettiva alla maniera di Louis-Ferdinand Céline contro la modernità degenere - figliata dalle perniciose ideologie del XX secolo. Un grido di rivolta in opposizione alla “consunta” società dei consumi. La rappresentazione straniante di una danza macabra adeguata ai tempi; un atto d’accusa impietoso e dissacrante versus gli spaventosi limiti della natura umana.
Su "J’ACCUSE! - Céline Danse Macab(a)re(t)" di Alessandro Ferrari
Manlio Sgalambro: “Un furioso céliniano, un nipote di Artaud o piuttosto un figlio e nipote del teatro? In realtà se non fosse per il Teatro avremmo dei dubbi su uno che non crede all’‘Uomo’ al modo come non vi credono Céline e il suo affiliato. […] Dobbiamo dunque vedere in questa pièce non la furia - e che ce ne faremmo? - ma la costruzione della furia. Cioè il teatro. Questa furia teatrale è stata ben costruita. Quanto all’autore, al Ferrari, lo immaginiamo sovranamente calmo. Egli mette su i pezzi che occorrono e monta il tutto, olimpico. Ci vuole una calma da dio per costruire una furia siffatta. Non trascuriamolo: dietro l’Hercules furens, vi è Seneca.”;
Henri Godard: “C’è qualcosa di fedele al genio céliniano nella ricerca accurata della parola: aspetto che, alla lettura, mi ha colpito parecchio, in quanto non avevo potuto apprezzarlo e comprenderlo del tutto all’orale a causa della velocità di espressione. Troviamo allora la presenza massiccia del gioco di parole che fa progredire il testo, a più riprese, a partire da vocaboli legati tramite approssimazione o concatenazione sonora. […] Ferrari cerca di riuscire essenzialmente nel lavoro di espressione linguistica. […] Se provoca, lo fa per far reagire i lettori o gli uditori. Si tratta di far reagire andando, forse, oltre l’espressione misurata e razionale, affinché le persone recepiscano. Nel suo spettacolo, c’è quella volontà di scioccare lo spettatore, ancora più evidente nel momento in cui essa passa per la parola, per la lettura dell’opera di Céline. Troviamo una sorta di immediatezza dello choc, come succede - a voler stabilire un legame – nel teatro della crudeltà di Artaud. È chiaro che questa è una trasposizione teatrale che, necessariamente, accresce in misura iperbolica le cose, ma lo fa nel senso céliniano, andando al di là della lettera, come in una sorta di mistica. C’è allora l’inventiva e il lavoro sulla lingua, in quanto si tratta di una ri-creazione. Indipendentemente dalla messinscena, c’è il lavoro sul testo. […] Contro una visione che oppone il proletario e il borghese, c’è una maniera di ricondurli allo stesso porto. Ciò è presente dappertutto nei libri di Céline.”;
Alain de Benoist: “Una sorta di one man show sconvolgente che tutti gli spettatori hanno, senza dubbio, ancora presente nella loro memoria. […] Ambientata in un sulfureo sottosuolo, la pièce di Alessandro Ferrari mostra una serie di situazioni, dove volta per volta vengono giudicate tutte le grandi ideologie del XX secolo. Il dottor Destouches messo dinanzi alle tartuferie umane, ai "pigmei" dell'impero del Bene, ai falsi moralisti, non riuscendo più a superare l'orrore, le disillusioni, le delusioni accumulate durante il corso dell’esistenza, oppone un grido di disperazione, unica alternativa possibile per non scadere anch’egli di livello. La messinscena è impressionante.[…] Questo personaggio essenzialmente sardonico che, in fatto di celebrità della medicina, a tratti evoca assai bene pure il dottor Jekyll o il dottor Frankenstein, per non dire il dottor Mengele! Ma non importa: allo scrittore, al poeta, al drammaturgo tutto è permesso! A condizione di mai mancare alla sua impresa. Ebbene, quella di Alessandro Ferrari è perfettamente riuscita. […] Spettacolo céliniano per il ritmo, gli svolazzi, le variazioni di tono, le frequenti allitterazioni, i giochi di parole, gli slittamenti di termini, le onomatopee destinate senza dubbio a rimpiazzare attraverso la parola i famosi tre puntini di sospensione con cui Céline punteggiava la maggior parte delle sue frasi! […] Ma è anche, e soprattutto, una straordinaria prova d’attore. Merita di essere applaudita.”;
Gianfranco de Turris: "Si può essere “céliniani” oggi? Nel senso: si può non soltanto possedere la violenza verbale, il sarcasmo amaro, il gusto del gioco di parole, ma anche l’anticonformismo, il coraggio e l’ostilità nei confronti degli idola tribus che furono propri del Dottor Destouches? E questo senza scadere in una banale imitazione, peraltro assai difficile da compiere? E, infine, è possibile non soltanto essere “céliniani” nel contenuto, ma anche possibilmente nella forma, senza anche qui scadere in forzature imitative? […] Possiamo rispondere “sì”, dopo aver letto, ma anche assistito, a questo monologo-atto unico-performance di Alessandro Ferrari, autore-attore-regista e forse anche qualcos’altro. In J’accuse! si ritrova un Céline riveduto, corretto e adattato ai tempi nostri. […] Il nostro autore-attore catanese […] ha portato sul palcoscenico i suoi anatemi contro il mondo moderno, […] ha usato riferimenti, battute, paradossi, giochi di parole, calembours, freddure che si ispirano allo stile céliniano, ma non lo copiano. Il testo di Ferrari è tipicamente di Ferrari, tipicamente calato nella nostra realtà effettuale, italiana, con echi della situazione mondiale. Purtroppo, la conclusione è pessimistica. […] In fondo, sembra di intuire, in questo mondo di rovine globalizzate non c’è più nemmeno posto per chi lo contesta dalle radici senza chiedere alcun alloro, anzi essendo disprezzato proprio perchè non lo fa con quei modi e quelle maniere che solo esteriormente sembrano critici, ma che in fondo nascono dal suo stesso interno, dalle sue stesse magagne, si rifanno ai suoi stessi valori, e per questo, nonostante tutto, sono falsamente condannati e in fondo in fondo tollerati, addirittura blanditi. Céline ieri, Ferrari oggi, lo fanno invece in nome di valori altri, diversi, opposti a quelli propri del mondo moderno, della società omologata, e dei suoi pseudo-contestatori. Ed è proprio per questo che non possono essere accettati. Un vero onore.”
“Complimenti per il tour de force e il tentativo (per me riuscito) di dare un testo “céliniano” degli anni duemila.”
Gianfranco de Turris ad Alessandro Ferrari, 18/10/2004;
“Il suo testo è interessante, anche molto – e semmai ci sarebbe da ridire sulla “riscrittura” di Céline, sulla reinvenzione di Céline, di un Céline-ferrariano, invece che di una invenzione Ferrari tout court. […] Mi limito a consigliarla di prendersi le sue responsabilità, e di fare il Ferrari senza Céline.”
Goffredo Fofi ad Alessandro Ferrari, 08/11/2004;
“L’ho letto e mi è piaciuto, quindi sono contento che vada in scena.”
Antonio Attisani ad Alessandro Ferrari, 15/09/2004;
“Ho visto il DVD l’indomani stesso e forse ho mancato di farle i complimenti subito.”
Pietrangelo Buttafuoco ad Alessandro Ferrari, 22/09/2007;
Davide Miccione, “J’ACCUSE! – Céline Danse Macab(a)re(t)” scritto, diretto e interpretato da Alessandro Ferrari, [Brochure], Catania, 2003: “A metà degli anni trenta, Céline ha già portato a termine la distillazione del suo sdegno e la maturazione delle sue ossessioni. Da artista, Alessandro Ferrari, dà loro carne e cartone come figure di un’ultima Totentanz. […] La vita oltraggiata di Cèline, Ferrari la reinventa, “revisiona”, contamina, in un’opera frutto di uno spirito non meno ossessionato di quello céliniano. Céline si sdoppia, diventa il dottor Destouches. Céline si petrolinizza. Ma è un Petrolini stanco di farci ridere e desideroso di crudeltà (è per questo, forse, che Artaud, fuori scena, urla?). Ma sdoppiarsi è dir poco, Céline si sminuzza, si parcellizza, si polverizza, diventa tutti i dottori folli della nostra memoria/paccottiglia. Caligari, Mabuse, Frankenstein, Jekyll: fin lì ci si arriva facilmente, aiutati da una scena che ha bandito ogni traccia di colore, che gigioneggia con l’espressionismo. Ma forse Ferrari ha solo riscoperto la matrice di un antico orrore. […] J’ACCUSE! ci mostra, piuttosto che la banalità del male, la sua inquietante parentela con il teatro: quel soffio che spirava un tempo dalle quinte. L’inquietudine che interrompeva le quotidiane piccole cose a cui ci aggrappiamo disperatamente. Ferrari ci mostra un Moloch pop, rifatto con le scatolette, postmoderno, un po’ ironico. Pure, a guardarlo, fa ancora più orrore.”
G. Condorelli, “J’accuse”, di un Céline più truce – In scena al Teatro Club, “Giornale di Sicilia”, 15/04/2003: “Una densa e parossistica pantomima, […] più in forma di sfida, di macellazione ideologica e teatrale che di “regolare” rappresentazione. In una generalizzazione della follia della Storia e dei suoi mentori, Ferrari si scaglia contro le pose autoritarie di tutti i folli. […] Il linguaggio contaminato, irritante ed implacabile che fu quello di Céline è riversato in maniera assai icastica sulla scena, costantemente in bilico tra il calembour, la battuta salace […] e la distruzione della sintassi; un linguaggio in cui è possibile ritrovare Totò e Feuerbach, Dante e Mao, perfino quel Marx miseramente riverso su di un lettino e destinato non ad una seduta psicanalitica quanto ad una vera e propria necroscopia. Il dottor “subtilis” Destouches – cui Ferrari dona un sinistro ghigno mefistofelico ed una sardonica facies sghignazzante – è demone antimessianico e antiprogressivo, definitivamente anarchico, subdolamente accondiscendente solo nei confronti dei siparietti dei “socialquotidiani”, operaio e borghesi epuloni, […] modelli della scimmia umana.”
J’accuse, “Misterbianco.COM” – 16/04/2003: “J’ACCUSE! diventa così un vero e proprio manuale di decomposizione universale – come non pensare a Cioran?”
P. Randazzo, Se Céline torna tra noi, “Centonove”, 18/04/2003: “Una intensa ri-scrittura curata e portata sulla scena (come regista e come attore) da Alessandro Ferrari, col titolo J’ACCUSE!: vi si dice della follia grottesca del totalitarismo comunista, della sua inutile nobilitazione dell’animale uomo che resta miseramente uguale a sé stesso e che scambia per salvifica lotta di classe la banalissima lotta tra avari ed invidiosi. […] Il nichilismo assoluto, senza nessuna pietas che venga a soccorrerti se ti vien paura, trova la sua allarmante e lucida attuazione nella situazione attuale del mondo che intravediamo in tv tra inviati embedded, morti e coca-cola. […] Diciamo subito che non è uno spettacolo semplice. […] Tuttavia, resta autentico, interessante e meritevole d’esser visto (questi spettacoli restano d’altronde tra le poche vie d’uscita a quel totalitarismo della coca-cola di cui sopra). Buona la tenuta sulla scena di Ferrari.”
C. La Carrubba, Contro la mediocrità, “Prospettive” - anno XIX - n. 18 - 04/05/2003: “Interprete dell’invettiva céliniana, il “J’ACCUSE!” di Alessandro Ferrari sulla scia dell’autore ha la veemenza di una indignazione contro la mediocrità ma è anche un atto di accusa […] e l’arringare del dottor Destouches (che ha anche il sapore petroliniano della satira) contro l’utopia progressista e gli spaventosi limiti della natura umana, diventa convincente e veritiera, spettacolarmente incisiva. […] Bravissimo Alessandro Ferrari in questo monologo delirante di questa sua singolare performance, […] per uno spettacolo insolito e per molti versi controcorrente (ma non era cosi Céline?) visto sulle nostre scene. Molti applausi per l’attore e per l’inedito testo.”
Loredana Trovato: “Con grande forza espressiva e “magnifica magniloquenza”, Ferrari ha mosso i fili non soltanto delle sue creature sceniche, ma anche del pubblico in sala, di cui ha annichilito e risvegliato le coscienze per un’ora di intensa emozione, straniamento e pathos. Come definire, allora, alla luce di simili considerazioni l’opera teatrale di questa sera? Ovvero, quale rapporto esiste tra il dottor Destouches – fuggitivo da un orrore all’altro, cautamente ossessionato dalla malattia, dal disfacimento fisico e intellettuale e dalla morte – l’esuberante, spietato, mitomane, provocatorio, logorroico Céline e l’oscuro, sardonico dottor Destouches di Alessandro Ferrari? Come il gabinetto medico di Destouches si trasforma nel cabaret macabre di Ferrari, invaso da cadaveri che, come zombie, si muovono impacciati e scomposti sulla scena a colmare quella funzione di rappresentazione mimetica della realtà che è il teatro? E la realtà è tale o solo una macchinazione fittizia dell’autore-attore che, mescolando accuratamente gli intrugli delle sue ampolle, decide gli atti, i passaggi, le avventure e le sventure di ciascun individuo? La realtà è una scena bi-cromatica, basata sul contrasto netto bianco-nero, ovvero sul contrasto tout-court… l’antitesi che, conducendo alla sintesi degli elementi, conduce alla verità? Ed è vero – seguendo le indicazioni di Céline – che l’unica verità è la morte? Ecco che il testo di Ferrari, J’ACCUSE! – Céline Danse Macab(a)re(t) si fonda su questo ‘strano’ gioco delle (dis)illusioni: il tragico e il comico della realtà deformata dall’occhio spietato e beffardo di un Destouches stordito dalla società multimediale, dal villaggio globale e inglobato nella rete di controllo di un Big Brother (multi)mondiale. Dis-illusioni che offrono a ciascuno di noi una visione molteplice della realtà e della verità: eppure, questo Céline/Ferrari non de-forma, in-forma: i suoi prismi ristabiliscono la forma primordiale; le sue lenti correggono l’inconsapevole difetto visivo dello spettatore, il quale, straniato, arresta il suo moto irrefrenabile, alienante, vizioso, indotto, incapace di soffermarsi a riflettere e a rispondere agli interrogativi sul significato della realtà, sul suo ruolo nella società. L’occhio ritrova la sua realtà… infine! Denudata, scoperta, vivisezionata, denunciata, vituperata, rifiutata… Il Verbo di Destouches/Ferrari non (per)dona, ma perfora le coscienze annichilite: lucido, schietto, vortice impazzito e infuriato come tempesta, scatena la sua “ira funesta” contro le pavide ideologie borghesi, contro le stigmatizzazioni della Storia, le ingrate categorizzazioni sociali e strutturazioni logico-filosofiche. È la rivolta di Prometeo contro le sue stesse creature; il grido straziante di Sisifo contro l’assurdità della sua condizione; la placida serenità dell’eroe che riposa dopo un’accesa battaglia. Oscuro drut di antichi rituali, Destouches/Ferrari strania e dilania gli animi, offrendo così lo spettacolo della riconciliazione degli opposti nella morte purificatrice: è la sintesi ultima del messaggio céliniano…”;
E. G. Papa: “Corrosivo e tagliente, come le acide pozioni letali e le macabre lame sparse per la scena, lo humour noir dilaga con ritmo serrato nello spettacolo J’ACCUSE! - Céline Danse Macab(a)re(t). Scritto, diretto e interpretato da Alessandro Ferrari, disinvolta incarnazione di un dott. Destouches (alias Céline) che, rinchiuso nel suo spettrale laboratorio-bunker, fa da mefistofelico epigono alla folta schiera di scienziati pazzi di tutti i tempi, il testo di Ferrari getta uno sguardo lucido, nella follia del suo protagonista, sul Male che domina il mondo. E non risparmia nessuno, né poveri né potenti. Lo spettacolo traumatizza lo spettatore e oppone all’”ammorbante mediocrità dell’esperienza comune” un’operazione elitaria volutamente provocatoria, dai toni espressionistici e ossessivi. Rappresenta così, impietosamente, il teatrino di un’umanità famelica che, nel tempo, regredisce a scimmia. Il disinganno di una modernità e di un progresso che “hanno ridotto l’uomo ai minimi termini” pervertendolo fino all’autodistruzione. È Céline, scrittore scomodo e cinico, che offre all’autore l’ispirazione originaria, “un Céline, però – puntualizza il Ferrari – reinventato, inedito, adeguato ai nostri tempi, ma di cui permane la profonda carica corrosiva.”;
Marco Iacona, Céline al termine della notte, “Area: politica, comunità, economia”, marzo 2006: “Il 2 marzo scorso, l’Università di Catania ha organizzato presso il Convento dei Benedettini una giornata di studi antimoderni, che ha visto la partecipazione di intellettuali e docenti di fama internazionale. Tema: «L’attualità dell’antimodernità. Da Céline alle espressioni artistico-letterarie contemporanee». […] Concludendosi con la rappresentazione nel piccolo ma delizioso Teatro Club di una pièce scritta, diretta e interpretata da Alessandro Ferrari. […] Artista di talento, il giovane Ferrari, ha inscenato uno spettacolo irriverente e célinianamente oltraggioso dal titolo: J’accuse! Céline Danse Macab(a)re(t). Una performance che avrebbe senz’altro raccolto più pubblico all’interno dell’auditorium «G. De Carlo». Perché Ferrari ha talento e idee chiare. Ma forse “quelli che contano” hanno giudicato inopportuni alcuni oltraggi céliniani recitati all’interno delle «sacre» mura accademiche. Una performance la sua, dedicata a chi ama sbriciolare con gusto le pareti basse della modernità.”;
M. Giordano, “J’ACCUSE!”, Un urlo folle contro l’ammorbante mediocrità. Al Teatro Club dall’11 aprile in scena la pièce di Alessandro Ferrari, tratta da Céline, “Il Botteghino” – anno II – n. 5 - 5 - 11 aprile 2003: “Ma quali misteri, quali sorprese riserva “J’ACCUSE!”? “All’interno di un oscuro gabinetto medico – spiega Alessandro Ferrari – il dottor Destouches ha un bell’andirivieni tra la sua sala operatoria e il proscenio, dove non può esimersi dal constatare l’avvenuto decesso del pubblico in platea. Sotto il bisturi dello scrupoloso scienziato, giace una cancerosa ideologia refrattaria all’inconfutabile diagnosi. L’irruzione in scena del maleodorante “socialquotidiano” intramezza l’arringare impietoso del dottor Destouches contro l’utopia progressista e gli spaventosi limiti della natura umana. In una inarrestabile progressione “meta-statica” ha luogo la perorazione disperata del nostro antieroe, destinato ad essere anch’egli inevitabilmente “sezionato” dalla posterità e dalla Storia”.”
“J’ACCUSE!” di Ferrari. Unico imputato l’Uomo, “La Sicilia”, 02/03/2006, p. 39: “A conclusione del seminario svoltosi ai Benedettini sul tema “L’attualità dell’antimodernità. Da Céline alle espressioni artistico-letterarie contemporanee”, si terrà lo spettacolo “J’ACCUSE! – Céline Danse Macab(a)re(t)” […] scritto, diretto e interpretato da Alessandro Ferrari. […] Lo spettacolo propone una sorta di “teatro della crudeltà” che non asseconda lo spettatore, bensì volutamente lo traumatizza rendendolo vittima delle oscure sperimentazioni di un folle scienziato. Atto d’accusa impietoso e dissacrante, sferzante critica all’Uomo, il testo di Ferrari dà vita a tutti gli scienziati pazzi della Storia.”